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#carovanaBrecht TUNISIA: LA LINGUA ITALIANA CHE ABBIAMO DIMENTICATO

Dhaker ci presenta suo cognato Agrebi Hamadi e suo nipote. Parlano perfettamente la lingua italiana, nessuna incertezza, pronuncia accurata, padronanza di termini misti anche a detti tipici (“mettere i bastoni tra le ruote”).

Agrebi è un insegnate di italiano in Tunisia, ama il nostro Paese e la nostra lingua tanto da averlo scelto come lavoro e come missione. Suo figlio per un mese e mezzo è stato a Ventotene a lezione di vela, sogna dopo la maturità di trasferirsi in Italia come suo fratello che studia lingue a Trieste e non ha alcuna intenzione di tornare in Tunisia.

Racconta la sua carriera da docente ad ispettore, uno degli 8/9 presenti in Tunisia, con progetti dedicati al teatro italiano, all’archeologia, alla rivalutazione del patrimonio culturale attraverso lo studio della lingua italiana tra concorsi, biblioteche scolastiche, uscite fuori porta e giornate speciali. La lingua italiana è tra le materie opzionali più scelte nelle scuole superiori tunisine, alcune parole si ritrovano addirittura nei suoni e nei termini del dialetto locale (d’accordo, carretta …). Si batte continuamente in un braccio di ferro con l’Istituto di Cultura Italiana a Tunisi e con i diversi enti per sostenere le spese delle attività per la promozione dell’italiano, una lingua per lui straniera ma non estranea.

Agrebi e suo figlio raccontano l’Italia dal loro punto di vita, dall’altra parte del mare, di cui invidiano la libertà e le bellezze, la letteratura e la storia, studiano l’origine delle nostre parole e la nostra grammatica con una passione che, noi italiani, abbiamo smarrito, quasi perso. Un amore non dettato dalla necessità o dal contesto, come per noi imparare l’inglese, ma dall’amore per la melodia, i suoni e le parole della nostra lingua. Ascoltarlo e percepirlo nel racconto di altri fa un certo effetto soprattutto pensando allo stato di salute degli studi della lingua in Italia, ormai per pochi appassionati.

Per un momento ho pensato a Jhumpa Lahiri, scrittrice bengalese che scrive in lingua inglese ma innamorata perdutamente dell’italiano (come racconta nel suo “In altre parole”): “Ogni volta che posso, nello studio, sulla metropolitana, a letto prima di andare a dormire, mi immergo nell’italiano. Entro in un altro territorio, inesplorato, lattiginoso. Una specie di esilio volontario. Sebbene mi trovi ancora in America, mi sento già altrove. Mentre leggo mi sento un’ospite, felice ma disorientata”.

Mi manca in Italia la dimensione della lingua come uno spazio aperto in cui viaggiare, imparare, incontrare, perdersi e ritrovarsi. E se a Tunisi amano la mia lingua quasi più di noi forse bisognerebbe tornare a riassaporarla parola dopo parola, dopo parola.

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