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Cronache dalla finestra \ 7

C’è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. È quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. È quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c’è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino a ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti:
«Come mai ci hai messo tanto?»

(dialogo in poesia da “Attesa” di Raymond Carver)

Domenica il giornalaio mi ha regalato un mazzetto di palme e fiori (sempre lui), mi ha ricordato “il bello” di “quello che sta fuori” ma, per filosofia di vita spicciola, è normale che te ne accorgi quando sei relegato tra “quello che sta dentro”.

Antonio nel mettere in ordine i cassetti (è il Mastrolindo della quarantena e non solo) ha ritrovato la piantina disegnata a penna della nostra casa. Ogni muro la misura, la miniatura del letto, dell’armadio, delle librerie. Abitiamo qui da due anni ma questa casa non è mai stata così vissuta, ho riscoperto angoli che non avevo mai notato, ritrovato foto improponibili, biglietti di auguri che mi fanno sorridere, ricordi che affiorano, tanti. Mi è venuto in mente la dolcezza del vecchio inquilino capace di stare accanto alla donna amata fino all’ultimo respiro dopo una lunghissima malattia, l’odore delle merendine che da piccola mi dava la “signora di sopra”, la prima volta che “da grande” ho aperto questa porta con la gioia di un nuovo inizio, mia nonna che entra nella casa vuota e dice “si è conservata proprio bene”.

Oggi sono entrata nella mia “ex” cameretta (mio fratello l’ha trasformata nel suo studio nerd, anche le camere si evolvono), vi evito gli amarcord ma è un tuffo tra i ricordi di bambina e i poster dell’adolescente. Quella al telefono la chiamo ancora “casa mia” anche se di fatto non ci abito più. Io, poi che la casa non l’ho mai vissuta (“questa casa non è un albergo”, cit. da una hit di mio padre). In questo momento di Grande Fratello collettivo mi chiedo quali sono i confini di una casa. Quelli dell’ “abitare”, quelli della memoria, del domicilio, della residenza o altro?

Faccio lavastoviglie come se non ci fosse un domani e ho appaiato calzini che cercavano compagni da nn mesi. “Nella vita reale”, come se questa fosse un mondo parallelo virtuale, probabilmente non l’avrei mai fatto. Penso alle “casalinghe per scelta” e hanno ancor di più la mia totale stima.

E forse la quarantena ci lascerà pure questo, la casa come un valore da preservare e non come un’eredità da lasciare. Di certo quel disegno ora me lo tengo stretto.

 

 

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