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Cronache dalla finestra \ 8

«Letteratura: occupazione degli oziosi».

«Musicista: la caratteristica del vero musicista è di non comporre mai musica, di non suonare nessuno strumento e di disprezzare i virtuosi».

«Libro: qualunque sia, sempre troppo lungo».

«Immaginazione: sempre viva – Diffidarne – E denigrarla negli altri».

«Artisti: tutte teste vuote – Esaltare il loro disinteresse (superato) – Meravigliarsi del fatto che vadano vestiti come tutti gli altri (superato) – Guadagnano somme straordinarie ma buttano il denaro dalla finestra – Spessissimo invitati a pranzo – La donna artista non può essere che una sgualdrina».

«Attrici: la rovina dei figli in famiglia – Sono di una lascivia spaventosa, si danno all’orgia, inghiottono milioni (finiscono all’ospedale) – Prego, prego! Ce ne sono alcune che sono ottime madri di famiglia!».

«Arti: sono veramente inutili, dal momento che possono essere sostituite con delle macchine che fabbricano anche più rapidamente».

(ipotesi di dialogo da “Dizionario dei luoghi comuni”, Flaubert)

Fuori dalla finestra il barista fa grandi pulizie per lunedì quando potrò ricominciare a drogarmi di caffè da asporto, il barbiere appende un cartello: “riapriamo il 18 maggio ma iniziate a prenotare”.

Si torna a lavorare ma non tutti. Penso alla macchina dei biglietti del teatro che giace polverosa, a google calendar che mi ricorda ogni settimana lo spettacolo che non si è fatto, il “non sipario” che non si è aperto, alla sala appena inaugurata nell’anno dei teatri chiusi.

Penso al primo giorno in cui un bambino è venuto a teatro e ha posato sul tavolo gli spiccioli del salvadanaio per comprare il biglietto, al giorno di una prima quando sale l’ansia che stai per finire i posti e vorresti far entrare tutti, ai sold out sperati e riusciti, al pezzo in prima pagina sulla stagione (esce domani! Ma io ti amo!), al 70enne che ti ringrazia per il memo via sms (io facciabook non lo tengo), ai bambini in Africa che non sanno cosa è un teatro pur avendo il teatro nelle vene.

Penso a quando sbircio dietro la tenda per fare una foto “fatta bene”, quando a fine serata del festival sono stanca ma passo la nottata a selezionare le foto per il riassunto del giorno, quando alla fine dello spettacolo il pubblico applaude di cuore e il mio si riempie di gioia, a quando tutta la compagnia raggiunge il risultato e pensi che un pò, anche se non stai là sopra, il merito è anche tuo.

Penso al telefono che squilla in continuazione, al teatro sperduto di un paese sconosciuto che aspetta lo spettacolo, agli schemi sempre più incasinati, ai volantini in macchina ovunque, ai miliardi di progetti e programmi che non si realizzano mai come li avevamo scritti, ai bandi, milioni di bandi, al tetris delle giornate da contare, alla rassegna stampa, quella a fiumi e bellissima, ai giornalisti che mi fanno arrabbiare perchè a teatro non ci vengono.

Penso al teatro, ai teatranti, ai milioni sulla bocca di tanti in questi giorni di promesse di fondi per lo spettacolo, gli stessi che ci stanno lasciando soli e chiusi, agli artisti si ma anche a tutti gli operatori dello spettacolo che non salgono sul palco (perché preferiscono viverlo lo spettacolo a modo loro) che vengono nominati raramente, il cui lavoro è per lo più sconosciuto (da grande voglio fare l’operatore teatrale o l’ufficio stampa di un teatro, ma quando mai) o inesistente (gli artisti fanno tutto per economia, a meno che non stono teatri stabili e nel momento degli “affetti stabili” sono chiusi pure loro). Penso che ancora dobbiamo arrivarci alla consapevolezza che il teatro, artisti e non, è un lavoro.

Penso che nella vita faccio la giornalista e mi occupo di uffici stampa ma questa è l’esperienza più bella che mi sia capitata (ancora lo sto spiegando a mio nonno il lavoro che faccio).

Penso che leggo sui giornali alcuni scrivere che il teatro italiano ha perso la possibilità di reinventarsi e sfruttare lo streaming, penso che l’online tutto questo non me lo darà perché è il lavoro che c’è dietro, bello e sudato, che viene meno, ma, ovviamente, “le arti sono inutili perché possono essere sostituite con le macchine”.

 

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