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La biro

Cronache dalla finestra \ 5

Kim: “Abbracciami…”
Edward: “Non posso…”

(dialogo dal film “Edward mani di forbice”)

Ogni sera aspetto una video chiamata da tre carissimi amici, diventa un salotto anche se ognuno ha un divano/sedia e sfondo diverso. Si parla di tutto, da come stanno vivendo la spiritualità all’articolo di giornale, dalla fila per fare la spesa a “che hai fatto oggi”. Qualcuno fa anche l’esibizione musicale live con il psalterium (alto livello). Senza rendersene conto non passa giorno che il rito non si ripeta e non sia atteso. Un affetto che si riscopre.

Ogni giorno c’è anche chi si dà appuntamento su Skype per un’ora condivisa, i meno tecnologici hanno imparato a installarlo e usarlo, mano a mano allo scattare dell’orario ci si affaccia on line e ci si ritrova, ogni tanto c’è il super ospite da mettere a giro, c’è chi fa dieci minuti di lezione di inglese agli altri, chi condivide quindici minuti della sua passione per la letteratura latina, è chiara l’insofferenza di “stare chiusi” ma almeno si continua a essere “gruppo”, collettivo. Ogni giorno, anche in piena epidemia.

La domenica è ormai d’obbligo la video chiamata di famiglia, si fa vedere la torta della mamma con tanto di taglio in diretta e aggiornamenti del caso.

Possiamo essere “virtuali” e “attaccati ai social” quanto vogliamo ma, se una cosa questa pandemia ce la sta insegnando, è che abbiamo ancora tanto bisogno di parlarci, di vederci, di sederci a tavola insieme.

Cronache dalla finestra \ 3

Passatemi i quotidiani.

Quali?

Tutti, voglio sapere perchè sono qui. Il primo passo è acquisire informazioni.

Può anche rimanere qualche giorno qui basta che non ci svaligia l’edicola però.

(dialogo dal film “Sono tornato”, 2018)

Devo comprare i giornali. Giro tutte le edicole più vicine e sono chiuse, è domenica, di solito fanno a turno ma c’è il Coronavirus. La versione web non mi basta, devo fare la foto, c’è la rassegna stampa, non mi piace leggerli in digitale. Cammino fino all’edicola successiva rispetto al solito giro.

E’ aperta, sollievo. Faccio scorta, pago. “Signorina, metta i soldi sul piattino. Meglio non toccarli”. “Scusa ma sei aperto tutte le domeniche?”. “Si e facciamo anche consegna a domicilio, ecco il mio biglietto” che recita:

“Giornali, riviste e spetteguless anche a casa tua”.

Esatto, SPETTEGULESS. Mi ha fatto fare una risata e per un momento mi è sembrato che tutto il rione fosse tornato alla normalità, anche le due solite signore sulla panchina e i signori del bar. Abbiamo bisogno di chiacchierare (non di chiacchiere), di leggerezza e pure di spetteguless. Non lo conosco ma per me ha vinto.

 

Cronache dalla finestra \ 4

Ciao a nonna, mi vedi?

Si (perplesso)

Ti mando un bacio grande, sono sempre qua, vicino a te.

(dialogo su Skype tra nonna e nipotino di 5 anni al tempo della quarantena)

Scendo a fare la spesa. Ovviamente il deserto. Il negozio non mi è mai sembrato così lontano eppure è dietro l’angolo.

Le persone si vedono e si salutano da un marciapiede all’altro, si dicono due parole urlando, la tentazione di attraversare e avvicinarsi è tanta ma non lo fanno.

Nel negozio tutti si tengono a distanza eppure è uno degli alimentari di prossimità frequentato sempre dalle stesse persone, dove tra un etto di prosciutto e l’altro ci si aggiorna sullo stato di salute (e non solo) di tutto il quartiere, le persone si guardano da sopra la mascherina, si limitano a un “buongiorno” ma te ne accorgi che vorrebbero mettersi accanto e dire “ma lo sai che…”.

La commessa è sommersa dalle buste per la consegna a domicilio: “si Teresina sto arrivando, devo arrivare dall’altra parte” anche se è semplicemente una traversa dopo.

Il palazzo di fronte non mi è mai sembrato così vicino perché ormai panorama quotidiano, “anto’ hai visto che a quelli hanno consegnato la pizza a domicilio?” (le priorità in quarantena), la finestra diventa il metro di misura di vicinanza e lontananza anche quando le “distanze” temporali sembrano saltate (che ora è?).

Gli eventi sono ormai il “prima” e il “dopo” il Coronavirus e poi c’è chi è capace di annullare tutte le distanze (il Papa da solo in piazza San Pietro lo abbiamo sentito più vicino che mai anche tutti quelli del “non sono credente ma…”), chi lascia un pacco di pasta nella cassetta per “essere vicino”, chi ti manda un messaggio e dice che ti pensa “anche se è lontano”, i nonni scoprono le video chiamate e baciano i nipoti come se fossero lì “vicino”, a casa con loro.

Conferenza stampa della Protezione Civile. Altre centinaia di morti, “siamo vicini a tutte le famiglie in questo momento di dolore”.

Un metro di distanza. E’ da qui che abbiamo iniziato a ragionare sul concetto di vicino e lontano, come quando alle elementari la maestra ti spiega la differenza tra “questo” e “quello”, come quando la distanza non si misura solo più in metri ma in cuore (lontani ma vicini, dicono). Torneremo a annullarle le distanze (fisiche) ma ricordiamocela questa “prospettiva della finestra”, quando tenderemo a allontanarci invece di essere vicini.

ps. per gli amici scettici sul mio pollice verde, si, l’orchidea è fiorita e non è finta

Cronache dalla finestra\2

Ma rifletta un momento! Pensi allo sperpero di energie che tutto questo le costa!

Il mio cervello – incominciò – si ribella di fronte a ogni forma di stasi, di ristagno intellettuale. Datemi dei problemi da risolvere, datemi del lavoro da sbrigare, datemi da decrittare il più astruso crittogramma, o da esaminare il più complesso intrico analitico e io mi troverò nel mio elemento.

(dialogo tra Watson e Holmes e in “Il sogno dei quattro” di Arthur Conan Doyle)

Quante volte abbiamo desiderato una situazione simile, un tempo infinito a casa per leggere, scrivere, lavorare senza interruzioni e distrazioni, concentrarsi, sedersi al tavolo e operare con tranquillità. Io, nella mia frenesia totale, spesso. E forse solo con una pandemia poteva succedermi.

Eppure ora mi sembra di non avere “abbastanza” tempo, che la possibilità di concentrarsi non sia aumentata, che la frenesia non sia diminuita. Tutto il tempo a disposizione lo consumo, lo rincorro, cerco di fare sempre di più e alla fine resta solo il senso di colpa di tutto quello che avrei potuto e potrei fare (ne devo approfittare, non mi ricapiterà più…). Colpa dell’esplosione del mezzo digitale (zoom, riunioni e aperitivi skype, dirette, stream, bla bla)?

Amici e colleghi mi scrivono che non riescono a leggere, che non riescono a “produrre”, che l’occasione di chiudere o iniziare progetti è sfumata, che non riescono a pensare. Qualcosa è cambiato. Quello che ci circonda sicuramente. E nella nostra testa che sta succedendo?

Cronache dalla finestra / 1

L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile.

E ce ne vuole di volontà e di tensione per non essere mai distratti; sì, Rieux, essere appestati è molto faticoso; ma è ancora più faticoso non volerlo essere.

La Peste, Camus

Ieri sera sono uscita dopo diversi giorni, il tempo della spesa, della consegna “a distanza” di un pensiero a mio padre. Fino a oggi ho osservato il mondo dalla finestra. Niente più rombi di macchine, clacson da traffico, le voci dei bambini che escono da scuola, il buongiorno ripetuto del parcheggiatore.

Oggi ho camminato in strade vuote con la sensazione di essere una ladra, solo la musica dai balconi, Rino Gaetano urlava da una finestra, “a mano a mano”, da un balcone condominiale una radio improvvisata in diffusione, l’inno d’Italia a palla. Magone. Era surreale eppure mi sono emozionata. Commossa.

Inizia così il mio diario dalla finestra, non per passatempo ma per futura memoria digitale. Quando avrò 60 anni voglio rileggere queste pagine, questo tempo, quando questa epidemia sarà un libro di storia (le strade erano vuote, tutti chiusi in casa, solo le canzoni si sentivano dai balconi, centinaia di morti) potrò rileggere queste parole, così come i nonni raccontano il colera, le guerre mondiali, cartoline in bianco e nero che escono dai cassetti. Me lo voglio ricordare questo tempo sperando non torni più.

Trent’anni e niente più

Avevano poco più di trent’anni, un’età a cui a volte è difficile ammettere che quella che stai vivendo è la tua vita.

(La vita delle ragazze e delle donne, Alice Munro)

 

I trent’anni mi hanno messo subito alla prova con diverse disavventure in terra spagnola (poi magari dedico un post alla mia “maledizione” delle feste) eppure ogni volta torna il sereno. Grazie ai vostri, tantissimi, messaggi di auguri ho ricevuto un ti voglio bene speciale, di quelli che sai ma che non ti senti mai dire e un pò aspetti il tuo compleanno anche per questo, la notizia di una cara amica che aspetta una bimba, un regalo che un pò la vita te la cambia, un fiore per i capelli, il grazie commosso di un amico, lo sconforto di una sorella acquisita, le definizioni di me più strampalate, divertenti e pure vere. Dice che a trent’anni tocca iniziare a pensare cosa fare da grandi, diciamo che inizio ad ammettere che quella che sto vivendo è la mia vita. Abbracci dalla magica Andalusia, ne vale la pena, inconvenienti a parte. Grazie a tutti, assai.

 in foto: trentenne nella Mezquita di Cordoba

 

Perchè ogni giornalista dovrebbe venire almeno una settimana in Brasile

 

_ cosa fate qui con i bambini?_

_ non basta farli mangiare, bisogna educare_

(dialogo tra gli attori di Teatri Senza Frontiere con padre Luigi Valentini, a tavola, in uno dei centri Menino Deus a San Paolo, in Brasile)

L’anno scorso avevo salutato il Ghana così (Perchè un giornalista dovrebbe venire almeno una settimana in Africa). Mi sembra una buona consuetudine da mantenere, sempre per non perdere il senso delle cose.

Una città come San Paolo di 12 milioni di abitanti, tra colline di favelas e una colata interminabile di cemento, vuoi o non vuoi, ti porta a riflettere su come vivi e quello che fai.

 

E allora perché un giornalista dovrebbe venire almeno una settimana tra le favelas di San Paolo in Brasile:

  • smonta i luoghi comuni. Anche a San Paolo fa freddo e piove, non solo noci di cocco, caldo, sole, infradito, luce a palla. Il cielo è coperto da una nebbia di smog perenne, non si vede il sole o neanche una stella;
  • arriverai in Brasile pronto a tutto, con il bagaglio di prudenza africano, modalità boy scout pronto a dormire in tenda o in una baracca, litri di disinfettanti, anti parassiti, batterie di salviette igienizzanti e ti ritroverai in una stanza perfettamente pulita, ti accorgerai di essere  anche tu vittima del pregiudizio, di uno schema mentale;
  • ti capiterà più di una volta di dover spegnere la macchina fotografica e accendere gli occhi;
  • ti capiterà per 20 giorni di non vedere una persona leggere un giornale, di non trovarne uno neanche in un bar e penserai che non siamo messi così male in fondo;
  • caro social media manager, caro influencer qua comanda la samba. Bambini e ragazzi non hanno il cellulare in mano, nessuna ansia da foto per la storia di instagram, è più importante giocare a calcio nel campetto allestito sullo spartitraffico o una suonata di tamburi;
  • ti renderai conto che è il caso di rivederlo questo concetto di periferie, come lo viviamo e come lo raccontiamo. Le favelas sono l’involuzione estrema dei campi rom alle porte di Roma, le vele di Scampia, i quartieri degradati di Castelvolturno esplosi, estesi all’ennesima potenza;
  • toccherai con mano cosa significa quando la voce dice “prima gli immigranti eravamo noi”. In Brasile ci sono intere città di italiani, a San Paolo incontri i discendenti di famiglie italiane, il tassista di Uber ha nome e cognome italiano, c’è chi usa il dialetto veneto per comunicare;
  • capirai che stiamo costruendo cliché anche sui più piccoli. Una bambina ha una chioma folta, ricci stretti stretti, a casco di banana come i bambini di colore eppure ha la pelle bianca e i capelli sono biondi come i tedeschi. Lei non ci va a finire nella pubblicità alla televisione per il terzo mondo;
  • vedrai la felicità e l’orgoglio negli occhi di chi legge la propria missione di vita raccontata su un giornale, famoso e o meno che sia;
  • imparerai a stare molto calmo, a fare 50 operazioni insieme in 15 minuti di connessione wifi, si può stare più di sei ore senza internet, non morire di ansia, fare comunicazione bene allo stesso modo;
  • ti renderai conto che noi giornalisti che ci occupiamo di cultura abbiamo dimenticato che esiste altro oltre l’annuncio di un evento o all’uscita di un libro, siamo più abituati ormai a raccontare il virtuale e poco il reale, ci dimentichiamo che siamo cronisti anche quando facciamo i critici;
  • conoscerai molte più persone piccole che fanno cose enormi, che sanno leggere i bisogni e li risolvono senza tante ciance, senza polemiche, senza rinfacciarlo, al di là dei soldi pubblici. Toccherebbe a noi vederli e mostrarli agli altri. Il senso di quello che abbiamo scelto di fare;
  • e … l’oceano è l’oceano.

 

Per capire cosa abbiamo combinato in Brasile, qui i diari di viaggio pubblicati in queste settimane su Avvenire\Lazio7:

Puntata 1

Puntata 2

Puntata 3

Puntata 4 in uscita il 6 ottobre (non fate come i brasiliani, compratevi il giornale 😉 )

LA MUSICA E’ SERVITA

_ Come mai ci sono tutti questi strumenti musicali nel locale?_

_ Io e mio fratello suoniamo, io il pianoforte, lui il clarinetto_

_ wow, che bello_

_ se volete dopo vi faccio ascoltare qualcosa_

(dialogo con il giovane cameriere di un piccolo ristorante)

Ci siamo ritrovati così, a fine cena ad un assistere ad un concerto improvvisato. Ti dimentichi di essere in un ristorante, ti ritrovi con un giovane di talento che senza spartito e con le stesse mani con cui ti serviva i piatti fino a un attimo fa ora ti offre melodie. Sguardo preso, passione, silenzio intorno anche con la cucina sulla sfondo. Con fare un pò spavaldo accoglie una ragazza che entra e la invita a cantare, tuta, scarpe da ginnastica, capelli legati da partita di calcetto appena finita, apre la bocca ed esce una voce limpida da opera lirica (ma dove siamo finiti?!). Entra il fratello, gli dà una pacca sulla spalla: «attenti a lui, se non avesse avuto un caratteraccio al conservatorio le avrebbe suonate a parecchi».  Invita la sua ragazza a sedersi e le dedica una sua composizione.  Ha lasciato gli studi per una docente che gli aveva chiesto non di interpretare ma di eseguire. Parla di incontri sbagliati, di momenti e luoghi sbagliati, di questione di scelte. Di stare alle regole altrui non gli è andato a genio e ora serve amatriciana e melodie. Dietro le insegne e le etichette (scusi, cameriere!) gli incontri inaspettati davvero di gusto.

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