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La biro

BOOKCROSSING, 127 EURO DI PENSIONE E 5 LIBRI

Sai quanto prendo io di pensione?
No, non lo so.
127 euro e cerco di essere felice.
Prendo questi cinque libri, va bene?
(con barba e occhiali, in bottega, davanti allo scaffale del bookcrossing)

Entra, due ore circa alla sola luce del proiettore (laboratorio di doppiaggio in corso), scorre avidamente con attenzione titolo per titolo lo scaffale del bookcrossing. Due ore dopo si accende la luce, si lamenta degli alberi che stanno scomparendo, di quel sindaco che ancora non ha fatto il suo dovere, del ragazzo di colore che ogni sera al supermercato gli chiede le elemosina, lui gli dà un centesimo, uno e basta. E’ più povero di lui. Sono già pronta a regalargli i 5 libri usati scelti. Caccia a sorpresa un pacchetto stra-incartato con i sacchetti del pane, i suoi cinque testi da scambiare, porta a casa i prescelti con i suoi 127 euro di pensione. Reddito di dignità.

 

Rubrica: La Biro di Simona Gionta

IO E PRIMO LEVI, LEZIONI DI CHIMICA

Ma tu lo sai che ho conosciuto Primo Levi?
No, quando?
Ci siamo incontrati ad un premio a Udine e abbiamo scoperto di essere due chimici.
(dialogo con Gennaro Aceto nella sua casa di Formia, panorama vista mare, Ischia inclusa)

Era andato ad un premio letterario a Udine e l’ha incontrato lì. Hanno iniziato a parlare, timidamente gli disse che insegnava, che insegna chimica. Gli chiede come mai lo dicesse così sottovoce. <Non so, qui sono tutti letterati>. E lui rispose: <anche io sono un chimico, dovresti andarne fiero, noi dialoghiamo con le molecole> . Un vero esercizio della fantasia. Gennaro Aceto, scrittore e autore per il teatro, oggi 91 anni e Primo Levi, morto suicida due mesi dopo nella tromba delle scale. <Per me quella frase è stata un testamento>.

Rubrica: La Biro di Simona Gionta

in bottega
Sticky Post

Paura di soffrire

In bottega – <Scusami se ti ho fatto perdere tempo con questa storia>

<Figurati, anzi…grazie>

<Sai Simona, tutti hanno paura di quello che fa soffrire, anche delle storie>

(in bottega, solo una pila di libri ci divide)

Ho sempre pensato di essere una fortunata/privilegiata per la quantità di incontri casuali che mi hanno cambiato la giornata e forse anche un po’ la vita. Se inizio ad elencarli, mi accorgo che sono già a più di metà pagina, ricordo i luoghi, le parole, l’eredità che mi hanno lasciato.

Da qualche mese ho conosciuto lei grazie all’amore per i libri e la radio, una persona come poche. Oggi l’ho vista arrabbiata, indignata mentre raccontava. Non sembrava un’altra ma sempre lei. Una di quelle storie di sofferenza che potevano finire diversamente se avesse incontrato un giornalista che vive la gente e meno il gossip, un avvocato con la passione per le battaglie giuste, un tribunale che cala la legge nel vissuto. Tutti hanno paura di sporcarsi le mani, di soffrire.

<Scusa>, no <grazie>.

Simona Gionta Biro
Sticky Post

Biro che torna

Ma non scrivi più?
Veramente passo le giornate scrivendo.
Mi domando sempre perché non racconti la vita stramba che fai.
(stamattina, dialogo sul marciapiede)

Ieri mi è venuta voglia di scrivere, come piace a me. Scrivo da mattina a sera: email, comunicati stampa, post, parole chiave, stringhe per il SEO, testi di eventi Facebook, locandine, messaggi, fiumi di post-it. C’è scrivere e scrivere come piace a me. La Biro dorme da un pò, anche se le fedeli occhiaie sono sempre stampate lì, e allora ci riproviamo a rimettere qui con una certa cadenza battute di dialoghi quotidiani, reali o letterari o ideali, quattro o sei righe e uno scatto. Magari qualcuno si diverte (stramba, ma di che? e che parola è?) e qualcuno ci rimane a pensare.

IL “VIVA LA VITA!” DI PIERLUIGI

“Viva la vita!”, così Pierluigi scrive sul suo profilo Facebook dal computer nella sua casa a Formia commentando la notizia di dj Fabo andato in Svizzera per “staccare la spina”. Nessun giudizio sulla decisione presa, nessun commento sulla libertà di scelta ma una personale dichiarazione di amore.

Tifosissimo del Napoli, Pierluigi abita i social per scrivere ai suoi calciatori del cuore, per essere aggiornato, per esprimersi, per comunicare con il mondo che lo circonda, la tastiera ha sostituto la sua bocca, la scrittura è diventata un modo per trasmettere il suo profondo attaccamento alla vita, non nonostante tutto ma oltre tutto.

I medici non si spiegano come sia possibile che Pierluigi sia ancora qui, sulla sedie a rotelle, con un respiratore artificiale, con una malattia genetica degenerativa che da quando aveva 13 anni gli impedisce di camminare. Ne aveva sei quando ha iniziato ad accusare problemi nei movimenti, su indicazione dell’insegnante di educazione fisica anche i genitori si sono insospettiti.

Dal policlinico di Napoli sono iniziate tutte le indagini del caso fino a quando non gli è stata diagnosticata una grave distrofia muscolare che ha colpito prima i movimenti, poi anche la respirazione. Dal 2000, oltre alla sedia a rotelle, sono arrivate le cannule. Una famiglia fortemente provata, sopratutto dopo il tumore da qualche anno diagnosticato al papà di Pierluigi. Due genitori che non desistono, che non si arrendono allo sconforto, che hanno sempre resistito spinti dalla forza e dall’amore che il figlio, a suo modo, ha sempre saputo dimostrare.

“Quando era più piccolo rifiutava tutti i passaggi dei compagni di classe che avevano capito le sue difficoltà nei movimenti”, racconta la sorella, ma l’attaccamento alla vita e la voglia di giocarsela fino alla fine di Pierluigi si percepisce semplicemente dal suo sorriso e dalla perenne espressione di gioia.

Anche lui vorrebbe scrivere la sua storia, mandare un’e-mail. Decidiamo, così, di provare ad aprire una corrispondenza, di continuare a dare voce ai suoi pensieri con quelle parole che nessuno può più sentire ma che ancora hanno tanto da dire. “Viva la vita”, grazie Pierluigi.

TERESA E L’ORA ILLEGALE

Sul treno tra Formia e Monte S. Biagio nel giorno del passaggio all’ora legale. Un’ora in meno per dormire, un’ora in più di sole, un’ora in più di solitudine per la signora che siede di fronte insieme al suo cane, un meticcio dal muso dolcissimo. “Oggi, signori’, la giornata si allunga, arriva l’ora illegale”. “Perchè illegale?”. “Perchè sto sola un’ora in più”. Un’illegalità tutta dei nostri giorni quando si è soli in mezzo alla gente, quando si è soli come un cane. La signora ha un tono di voce alto, quasi urla disturbando l’intera carrozza. Chi era seduto vicino a lei prende la valigia e cambia posto. Inizia a raccontare, a me e a tutti, dato il tono di voce, di essere uscita da poco dall’ospedale dove è stata ricoverata per un’operazione alle mani, che mi porge fasciate. Il tono si fa più basso, quasi silenzioso, come a chiedere di mantenere un segreto. Si, ad una perfetta sconosciuta. Ha occhi di chi ha bisogno di parlare con qualcuno che non sia il suo cane. Teresa, così si chiama, è rimasta vedova giovanissima senza figli, ha parenti sparsi per l’Italia che non vede da tempo, “ho provato a farmi degli amici ma ho trovato solo lui”, indicando Bardo e la sua coda scodinzolante. Con un pò di vergogna mi racconta che all’ospedale non è andata a trovarla nessuno, aveva con sè solo il suo fedele compagno che l’ha aspettata per tutto il periodo della degenza fuori dalla finestra, attento e puntuale. Una brava infermiera gli portava da bere e da mangiare, lei si assicurava dal letto che non gli mancasse mai nulla. Ora tornava nella sua grande casa vuota con il magone di una vita di relazioni che non è riuscita a costruirsi e maledicendo quest’ora “illegale” che toglierà tempo alla notte e allungherà le sue giornate solitarie. Dall’altra parte del sedile il passeggero che aveva cambiato posto, ha ascoltato in silenzio la storia di Teresa, torna sui suoi passi, riposa la valigia, le sorride e le scrive il suo numero di telefono su un fazzoletto: “chiamami, vado tutti i pomeriggi al centro anziani, lì le giornate sembrano meno lunghe”. Scendo dal treno incredula, benedicendo l’ora illegale.

Articolo pubblicato su Avvenire/Gaeta7 il 2/04/2017

ALBERI DI CANTO: LA V EDIZIONE DEL FESTIVAL DEI FRUTTI E DELLE VOCI DIMENTICATE

Il 2 Aprile si rinnova l’appuntamento con “Alberi di Canto”, il festival dei frutti e delle voci dimenticate promosso dall’Associazione Salamandrina, la rete delle associazioni di Maranola. Dalle 11:00 alle 19:00 presso la villa comunale della frazione formiana un’intera giornata all’aperto tra iniziative didattiche e divulgative, spettacoli e  incontri letterari dedicati agli alberi e a diversi rami dell’arte per far crescere la curiosità e il rispetto nei confronti della natura, della cultura e dei luoghi della tradizione.

Per l’edizione 2017 il focus è dedicato al sorbo e grazie alla collaborazione con Arca Sannita verrà presentato il progetto di censimento e conservazione del frutto (h15:00).

Nel giardino della Villa Comunale, dove il progetto ha messo radici, ogni anno vengono messi a dimora alberi di frutti dimenticati, piantumati da artisti o dedicati a grandi figure della musica popolare italiana e estera. Per questa V Edizione un nuovo albero sarà dedicato alla cantante siciliana Rosa Balistreri da La Banda della Ricetta, un ensemble al femminile che coniuga musica e cibo con grande maestria e che terrà per l’occasione un concerto che si preannuncia garbato e saporito (h17:00).

Tante, inoltre, le attività in programma a partire dalle presentazioni con gli autori Stefania Gionta (h11:30) e Giuseppe Nocca (h15:30) autori de “I segreti di Gea” e “Cerealia” per proseguire con gli incontri a tema con i piatti della tradizione a cura di Michele Chinappi (h12:00), la consegna di un premio speciale a Don Antonio De Meo (h16:30), il teatro dialettale de “Il Setaccio” in “Zeza e Pulcinella”, la mostra fotografica “Aurunci, Montagne da aMare” di Marcello de Meo e la passeggiata “Pianta Alberi” in collaborazione con l’Associazione Sempre Verde Pro Natura di Latina.

Sarà possibile anche conoscere e acquistare, nella Mostra Mercato Vivaistica, prodotti curiosi e antichi scegliendo tra alberi da frutto, erbe aromatiche, bulbi e semi, legumi, legno e altro ancora.

Un posto davvero speciale, invece, occupano gli eventi gastronomici: l’aperitivo agreste (h12:30) con i sapori dell’orto ma, soprattutto, il pranzo collettivoLa Panarda” che propone piatti e prodotti tipici locali a km 0 a cura della Cooperativa “Impronta Aurunca” e condito dalla musica dal vivo di musicisti popolari.

RIONE SANITA’: IL RISCATTO DAL BASSO CON LA “PARANZA”

“Sono Titti e sarò la vostra guida”. Sorriso smagliante, parlantina scorrevole dalla simpatica inflessione napoletana, energia tipica di chi ama quello che fa. Titti è una dei giovani della Cooperativa La Paranza di Napoli che il 12 Marzo hanno accompagnato 250 adulti dei gruppi di Azione Cattolica di Formia alla scoperta del rione Sanità.

Un esempio di riscatto sociale che ridona speranza e cancella i luoghi comuni. La Cooperativa nasce nel 2006 da Don Giuseppe e 5 giovani della comunità di Santa Maria della Sanità che, dopo aver studiato le esperienze estere, hanno deciso di farle proprie per valorizzare il “quartiere inavvicinabile”.

La Paranza ha restaurato, gestito e aperto al pubblico le Catacombe di S.Gennaro e di S.Gaudioso, le casa del Monacone e Tolentino, due ex conventi ora strutture ricettive, ha all’attivo decine di progetti coinvolgendo le cooperative nate nella Sanità, dal 2014 riunite nella Fondazione di comunità S.Gennaro. Nel 2006 erano 5160 gli ingressi, 5 gli occupati e 1000 mq di patrimonio recuperato, nel 2016 sono 80150 i visitatori, 21 i lavoratori e 11050 i mq.

Posti indescrivibili, da immediato “effetto wow”, come lo chiamano le giovani guide, che dagli incredibili scavi delle catacombe di San Gennaro arrivano al cimitero delle fontanelle passando nello storico quartiere tra panni stesi, murales, botteghe, urla, “ammoina” e motorini che frecciano. Non sono due anime, non sono due città, ma un’unica Napoli che nella sua natura cerca il riscatto. Ogni dato archeologico, ogni resto, organi ritrovamenti, ogni graffito, anche ogni teschio è legato ad una storia, ad una tradizione, ad una leggenda, ad un credo popolare, ad un aneddoto colorito. E’ il fascino della cultura partenopea, è la loro identità.

 

L’esperienza dei giovani della “Paranza” è la dimostrazione che il cambiamento è possibile senza aspettare la politica con le mani conserte e la lamentela pronta ma dando gambe alle idee da cittadini.

Articolo Pubblicato in parte su Avvenire/Lazio 7 del 19/03/2017

 

 

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