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La biro

Cronache dalla finestra \ 6 \ Pasqua

Ti pensiamo tanto anche se non possiamo vederci, finirà presto e torneremo a giocare insieme!

(dialogo via biglietto tra tre bambini)

Domenica scorsa abbiamo mandato a domicilio una torta a due persone a me carissime per i loro 10 anni di vita insieme. Abbiamo recuperato l’indirizzo su Maps stile Lupin che pianifica una rapina. Gesto che diventa segno, certo.

Segno, simbolo, segnale, parole abusate in questi giorni più per retorica che per vita concreta (delle librerie ne riparliamo).

Tra le consegne di libri a domicilio di quella fantastica banda di amici che è Fuori Quadro due bambine regalano, a sorpresa, un libro a un loro amichetto, sperando di tornare presto a giocare insieme. L’effetto wow alla consegna si vede anche dietro le mascherine.

Questo è il valore della sorpresa. Ti spalanca gli occhi, tocca il cuore, ti fa dire “ma vedi tu”. Auguri di buona Pasqua, amici de La Biro.

 

 

 

Cronache dalla finestra \ 7

C’è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. È quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. È quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c’è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino a ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti:
«Come mai ci hai messo tanto?»

(dialogo in poesia da “Attesa” di Raymond Carver)

Domenica il giornalaio mi ha regalato un mazzetto di palme e fiori (sempre lui), mi ha ricordato “il bello” di “quello che sta fuori” ma, per filosofia di vita spicciola, è normale che te ne accorgi quando sei relegato tra “quello che sta dentro”.

Antonio nel mettere in ordine i cassetti (è il Mastrolindo della quarantena e non solo) ha ritrovato la piantina disegnata a penna della nostra casa. Ogni muro la misura, la miniatura del letto, dell’armadio, delle librerie. Abitiamo qui da due anni ma questa casa non è mai stata così vissuta, ho riscoperto angoli che non avevo mai notato, ritrovato foto improponibili, biglietti di auguri che mi fanno sorridere, ricordi che affiorano, tanti. Mi è venuto in mente la dolcezza del vecchio inquilino capace di stare accanto alla donna amata fino all’ultimo respiro dopo una lunghissima malattia, l’odore delle merendine che da piccola mi dava la “signora di sopra”, la prima volta che “da grande” ho aperto questa porta con la gioia di un nuovo inizio, mia nonna che entra nella casa vuota e dice “si è conservata proprio bene”.

Oggi sono entrata nella mia “ex” cameretta (mio fratello l’ha trasformata nel suo studio nerd, anche le camere si evolvono), vi evito gli amarcord ma è un tuffo tra i ricordi di bambina e i poster dell’adolescente. Quella al telefono la chiamo ancora “casa mia” anche se di fatto non ci abito più. Io, poi che la casa non l’ho mai vissuta (“questa casa non è un albergo”, cit. da una hit di mio padre). In questo momento di Grande Fratello collettivo mi chiedo quali sono i confini di una casa. Quelli dell’ “abitare”, quelli della memoria, del domicilio, della residenza o altro?

Faccio lavastoviglie come se non ci fosse un domani e ho appaiato calzini che cercavano compagni da nn mesi. “Nella vita reale”, come se questa fosse un mondo parallelo virtuale, probabilmente non l’avrei mai fatto. Penso alle “casalinghe per scelta” e hanno ancor di più la mia totale stima.

E forse la quarantena ci lascerà pure questo, la casa come un valore da preservare e non come un’eredità da lasciare. Di certo quel disegno ora me lo tengo stretto.

 

 

Cronache dalla finestra \ 5

Kim: “Abbracciami…”
Edward: “Non posso…”

(dialogo dal film “Edward mani di forbice”)

Ogni sera aspetto una video chiamata da tre carissimi amici, diventa un salotto anche se ognuno ha un divano/sedia e sfondo diverso. Si parla di tutto, da come stanno vivendo la spiritualità all’articolo di giornale, dalla fila per fare la spesa a “che hai fatto oggi”. Qualcuno fa anche l’esibizione musicale live con il psalterium (alto livello). Senza rendersene conto non passa giorno che il rito non si ripeta e non sia atteso. Un affetto che si riscopre.

Ogni giorno c’è anche chi si dà appuntamento su Skype per un’ora condivisa, i meno tecnologici hanno imparato a installarlo e usarlo, mano a mano allo scattare dell’orario ci si affaccia on line e ci si ritrova, ogni tanto c’è il super ospite da mettere a giro, c’è chi fa dieci minuti di lezione di inglese agli altri, chi condivide quindici minuti della sua passione per la letteratura latina, è chiara l’insofferenza di “stare chiusi” ma almeno si continua a essere “gruppo”, collettivo. Ogni giorno, anche in piena epidemia.

La domenica è ormai d’obbligo la video chiamata di famiglia, si fa vedere la torta della mamma con tanto di taglio in diretta e aggiornamenti del caso.

Possiamo essere “virtuali” e “attaccati ai social” quanto vogliamo ma, se una cosa questa pandemia ce la sta insegnando, è che abbiamo ancora tanto bisogno di parlarci, di vederci, di sederci a tavola insieme.

Cronache dalla finestra \ 3

Passatemi i quotidiani.

Quali?

Tutti, voglio sapere perchè sono qui. Il primo passo è acquisire informazioni.

Può anche rimanere qualche giorno qui basta che non ci svaligia l’edicola però.

(dialogo dal film “Sono tornato”, 2018)

Devo comprare i giornali. Giro tutte le edicole più vicine e sono chiuse, è domenica, di solito fanno a turno ma c’è il Coronavirus. La versione web non mi basta, devo fare la foto, c’è la rassegna stampa, non mi piace leggerli in digitale. Cammino fino all’edicola successiva rispetto al solito giro.

E’ aperta, sollievo. Faccio scorta, pago. “Signorina, metta i soldi sul piattino. Meglio non toccarli”. “Scusa ma sei aperto tutte le domeniche?”. “Si e facciamo anche consegna a domicilio, ecco il mio biglietto” che recita:

“Giornali, riviste e spetteguless anche a casa tua”.

Esatto, SPETTEGULESS. Mi ha fatto fare una risata e per un momento mi è sembrato che tutto il rione fosse tornato alla normalità, anche le due solite signore sulla panchina e i signori del bar. Abbiamo bisogno di chiacchierare (non di chiacchiere), di leggerezza e pure di spetteguless. Non lo conosco ma per me ha vinto.

 

Cronache dalla finestra \ 4

Ciao a nonna, mi vedi?

Si (perplesso)

Ti mando un bacio grande, sono sempre qua, vicino a te.

(dialogo su Skype tra nonna e nipotino di 5 anni al tempo della quarantena)

Scendo a fare la spesa. Ovviamente il deserto. Il negozio non mi è mai sembrato così lontano eppure è dietro l’angolo.

Le persone si vedono e si salutano da un marciapiede all’altro, si dicono due parole urlando, la tentazione di attraversare e avvicinarsi è tanta ma non lo fanno.

Nel negozio tutti si tengono a distanza eppure è uno degli alimentari di prossimità frequentato sempre dalle stesse persone, dove tra un etto di prosciutto e l’altro ci si aggiorna sullo stato di salute (e non solo) di tutto il quartiere, le persone si guardano da sopra la mascherina, si limitano a un “buongiorno” ma te ne accorgi che vorrebbero mettersi accanto e dire “ma lo sai che…”.

La commessa è sommersa dalle buste per la consegna a domicilio: “si Teresina sto arrivando, devo arrivare dall’altra parte” anche se è semplicemente una traversa dopo.

Il palazzo di fronte non mi è mai sembrato così vicino perché ormai panorama quotidiano, “anto’ hai visto che a quelli hanno consegnato la pizza a domicilio?” (le priorità in quarantena), la finestra diventa il metro di misura di vicinanza e lontananza anche quando le “distanze” temporali sembrano saltate (che ora è?).

Gli eventi sono ormai il “prima” e il “dopo” il Coronavirus e poi c’è chi è capace di annullare tutte le distanze (il Papa da solo in piazza San Pietro lo abbiamo sentito più vicino che mai anche tutti quelli del “non sono credente ma…”), chi lascia un pacco di pasta nella cassetta per “essere vicino”, chi ti manda un messaggio e dice che ti pensa “anche se è lontano”, i nonni scoprono le video chiamate e baciano i nipoti come se fossero lì “vicino”, a casa con loro.

Conferenza stampa della Protezione Civile. Altre centinaia di morti, “siamo vicini a tutte le famiglie in questo momento di dolore”.

Un metro di distanza. E’ da qui che abbiamo iniziato a ragionare sul concetto di vicino e lontano, come quando alle elementari la maestra ti spiega la differenza tra “questo” e “quello”, come quando la distanza non si misura solo più in metri ma in cuore (lontani ma vicini, dicono). Torneremo a annullarle le distanze (fisiche) ma ricordiamocela questa “prospettiva della finestra”, quando tenderemo a allontanarci invece di essere vicini.

ps. per gli amici scettici sul mio pollice verde, si, l’orchidea è fiorita e non è finta

Cronache dalla finestra\2

Ma rifletta un momento! Pensi allo sperpero di energie che tutto questo le costa!

Il mio cervello – incominciò – si ribella di fronte a ogni forma di stasi, di ristagno intellettuale. Datemi dei problemi da risolvere, datemi del lavoro da sbrigare, datemi da decrittare il più astruso crittogramma, o da esaminare il più complesso intrico analitico e io mi troverò nel mio elemento.

(dialogo tra Watson e Holmes e in “Il sogno dei quattro” di Arthur Conan Doyle)

Quante volte abbiamo desiderato una situazione simile, un tempo infinito a casa per leggere, scrivere, lavorare senza interruzioni e distrazioni, concentrarsi, sedersi al tavolo e operare con tranquillità. Io, nella mia frenesia totale, spesso. E forse solo con una pandemia poteva succedermi.

Eppure ora mi sembra di non avere “abbastanza” tempo, che la possibilità di concentrarsi non sia aumentata, che la frenesia non sia diminuita. Tutto il tempo a disposizione lo consumo, lo rincorro, cerco di fare sempre di più e alla fine resta solo il senso di colpa di tutto quello che avrei potuto e potrei fare (ne devo approfittare, non mi ricapiterà più…). Colpa dell’esplosione del mezzo digitale (zoom, riunioni e aperitivi skype, dirette, stream, bla bla)?

Amici e colleghi mi scrivono che non riescono a leggere, che non riescono a “produrre”, che l’occasione di chiudere o iniziare progetti è sfumata, che non riescono a pensare. Qualcosa è cambiato. Quello che ci circonda sicuramente. E nella nostra testa che sta succedendo?

Cronache dalla finestra / 1

L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile.

E ce ne vuole di volontà e di tensione per non essere mai distratti; sì, Rieux, essere appestati è molto faticoso; ma è ancora più faticoso non volerlo essere.

La Peste, Camus

Ieri sera sono uscita dopo diversi giorni, il tempo della spesa, della consegna “a distanza” di un pensiero a mio padre. Fino a oggi ho osservato il mondo dalla finestra. Niente più rombi di macchine, clacson da traffico, le voci dei bambini che escono da scuola, il buongiorno ripetuto del parcheggiatore.

Oggi ho camminato in strade vuote con la sensazione di essere una ladra, solo la musica dai balconi, Rino Gaetano urlava da una finestra, “a mano a mano”, da un balcone condominiale una radio improvvisata in diffusione, l’inno d’Italia a palla. Magone. Era surreale eppure mi sono emozionata. Commossa.

Inizia così il mio diario dalla finestra, non per passatempo ma per futura memoria digitale. Quando avrò 60 anni voglio rileggere queste pagine, questo tempo, quando questa epidemia sarà un libro di storia (le strade erano vuote, tutti chiusi in casa, solo le canzoni si sentivano dai balconi, centinaia di morti) potrò rileggere queste parole, così come i nonni raccontano il colera, le guerre mondiali, cartoline in bianco e nero che escono dai cassetti. Me lo voglio ricordare questo tempo sperando non torni più.

Trent’anni e niente più

Avevano poco più di trent’anni, un’età a cui a volte è difficile ammettere che quella che stai vivendo è la tua vita.

(La vita delle ragazze e delle donne, Alice Munro)

 

I trent’anni mi hanno messo subito alla prova con diverse disavventure in terra spagnola (poi magari dedico un post alla mia “maledizione” delle feste) eppure ogni volta torna il sereno. Grazie ai vostri, tantissimi, messaggi di auguri ho ricevuto un ti voglio bene speciale, di quelli che sai ma che non ti senti mai dire e un pò aspetti il tuo compleanno anche per questo, la notizia di una cara amica che aspetta una bimba, un regalo che un pò la vita te la cambia, un fiore per i capelli, il grazie commosso di un amico, lo sconforto di una sorella acquisita, le definizioni di me più strampalate, divertenti e pure vere. Dice che a trent’anni tocca iniziare a pensare cosa fare da grandi, diciamo che inizio ad ammettere che quella che sto vivendo è la mia vita. Abbracci dalla magica Andalusia, ne vale la pena, inconvenienti a parte. Grazie a tutti, assai.

 in foto: trentenne nella Mezquita di Cordoba