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Perchè ogni giornalista dovrebbe venire almeno una settimana in Africa

Ogni giornalista, dal redattore di una testata on line di provincia al direttore di un quotidiano nazionale, dovrebbe venire almeno una settimana in Africa.

Il continente nero ti porta, vuoi o non vuoi, a chiederti il senso di quello che fai e come lo fai:

  • capiterà ogni sera che arrampicato da due ore e mezza su una panchina tra le zanzare per mandare un’email, con l’Autan in una mano e il pc nell’altra, il wifi ti molli. Imparerai ad aspettare, a preferire la bellezza di un approfondimento di un’ora alla notizia al secondo;
  • capiterà quasi ogni giorno che andrà via la corrente, il pc sarà scarico e il telefono quasi. Andrai in paranoia al pensiero di chi avrà chiamato anche la CIA per sapere che fine hai fatto, della posta da controllare, dei pezzi da scrivere, delle foto da postare ma te ne fregherai perchè hai riscoperto il silenzio;
  • quando sarai riuscito ad allegare l’ultima foto o la “rotellina” di Fb indicherà che il post è quasi pubblicato uno dell’infinita flotta di bambini che abita questo Paese ti si pianterà accanto attirato dal tuo aggeggio tecnologico, glielo darai in mano nell’attesa ma … l’applicazione smetterà di rispondere per dare spazio al video su you tube di Tom & Jerry. Gli avrai donato un’ora di felicità;
  • di tempo ce ne è a volontà ma poco per parlare, ancora di meno per le futilità. Tanto per lavorare, fare, costruire ma anche danzare, ballare, festeggiare. Non c’è il tempo, lo spirito, la voglia per i giochi di potere, gli inciuci, le invidie, le alleanze, i finti scoop, i fronzoli, le chiacchiere, solo sostanza, quella sana, quella vera.
  • il giusto distacco per guardare le cose da lontano, per capire il frullatore in cui siamo immersi, quello che siamo diventati e come scompariremo;
  • l’etica di guardarsi in faccia per non fregarsi a vicenda;
  • African time. Niente tutto e subito, a suo tempo, senza ansia, senza panico, senza 3000 telefonate e altrettante email;
  • smile, enjoy, foto. Nessuna liberatoria e moduli da firmare, nessun rischio querela o permessi speciali, nessun genitore pronto alla denuncia ma la bellezza dell’autocensura. Fermarsi quando è la testa, il cuore, la coscienza a dirtelo e non sbaglia quasi mai;
  • abolire ogni pregiudizio. Nessuna pietà, nessun “poverino”, nessun “mamma mia come vivono”, nessun “quanto stanno indietro”, nessun “come sono sporchi e analfabeti”. Smettere di farsi i film;
  • la Chiesa è tutta corrotta, il governo ladro. Crollano i luoghi comuni, parlano i testimoni, le storie, le voci, le scuole costruite, gli orfani accolti.
  • ridimensionarsi e relativizzare. Social media management, uffici stampa e i super mega post su fb con tanto di “internazionale”, elenco dei premi, delle presenze, della mega sala stampa e così via. Qui i giornali, le radio e le televisioni scrivono e parlano ma nei villaggi, nelle periferie, nella maggior parte dei luoghi popolati non arrivano, non circolano. L’informazione non gira, non ha un peso per la costruzione di un’idea, di un pensiero, di un’opinione, di coalizioni, di correnti, di mode, di soldatini, scrive, parla e dice ma vince la libertà del vivere. In sintesi, caro giornalista “scialla” che non sei poi così importante. Abbassare la cresta e promuovere nella disarmante semplicità. Sarà una valanga di like.

 

Non sono venuta in Africa per documentare lo sfruttamento petrolifero, per fare un reportage sulla condizione delle donne, un documentario su chi vive ancora “nelle capanne di paglia senza corrente”, a parlare dei massimi sistemi della globalizzazione, sono venuta nella speranza di riuscire a raccontare per immagini e parole cosa un gruppo di artisti, il teatro, la musica, due organetti, un flauto, un pallone gonfiato, un naso rosso può fare per l’infanzia, per l’uomo e ho riscoperto semplicemente quanto è bello raccontare la realtà, il senso di quello che ho scelto di fare.

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