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Perchè ogni giornalista dovrebbe venire almeno una settimana in Brasile

 

_ cosa fate qui con i bambini?_

_ non basta farli mangiare, bisogna educare_

(dialogo tra gli attori di Teatri Senza Frontiere con padre Luigi Valentini, a tavola, in uno dei centri Menino Deus a San Paolo, in Brasile)

L’anno scorso avevo salutato il Ghana così (Perchè un giornalista dovrebbe venire almeno una settimana in Africa). Mi sembra una buona consuetudine da mantenere, sempre per non perdere il senso delle cose.

Una città come San Paolo di 12 milioni di abitanti, tra colline di favelas e una colata interminabile di cemento, vuoi o non vuoi, ti porta a riflettere su come vivi e quello che fai.

 

E allora perché un giornalista dovrebbe venire almeno una settimana tra le favelas di San Paolo in Brasile:

  • smonta i luoghi comuni. Anche a San Paolo fa freddo e piove, non solo noci di cocco, caldo, sole, infradito, luce a palla. Il cielo è coperto da una nebbia di smog perenne, non si vede il sole o neanche una stella;
  • arriverai in Brasile pronto a tutto, con il bagaglio di prudenza africano, modalità boy scout pronto a dormire in tenda o in una baracca, litri di disinfettanti, anti parassiti, batterie di salviette igienizzanti e ti ritroverai in una stanza perfettamente pulita, ti accorgerai di essere  anche tu vittima del pregiudizio, di uno schema mentale;
  • ti capiterà più di una volta di dover spegnere la macchina fotografica e accendere gli occhi;
  • ti capiterà per 20 giorni di non vedere una persona leggere un giornale, di non trovarne uno neanche in un bar e penserai che non siamo messi così male in fondo;
  • caro social media manager, caro influencer qua comanda la samba. Bambini e ragazzi non hanno il cellulare in mano, nessuna ansia da foto per la storia di instagram, è più importante giocare a calcio nel campetto allestito sullo spartitraffico o una suonata di tamburi;
  • ti renderai conto che è il caso di rivederlo questo concetto di periferie, come lo viviamo e come lo raccontiamo. Le favelas sono l’involuzione estrema dei campi rom alle porte di Roma, le vele di Scampia, i quartieri degradati di Castelvolturno esplosi, estesi all’ennesima potenza;
  • toccherai con mano cosa significa quando la voce dice “prima gli immigranti eravamo noi”. In Brasile ci sono intere città di italiani, a San Paolo incontri i discendenti di famiglie italiane, il tassista di Uber ha nome e cognome italiano, c’è chi usa il dialetto veneto per comunicare;
  • capirai che stiamo costruendo cliché anche sui più piccoli. Una bambina ha una chioma folta, ricci stretti stretti, a casco di banana come i bambini di colore eppure ha la pelle bianca e i capelli sono biondi come i tedeschi. Lei non ci va a finire nella pubblicità alla televisione per il terzo mondo;
  • vedrai la felicità e l’orgoglio negli occhi di chi legge la propria missione di vita raccontata su un giornale, famoso e o meno che sia;
  • imparerai a stare molto calmo, a fare 50 operazioni insieme in 15 minuti di connessione wifi, si può stare più di sei ore senza internet, non morire di ansia, fare comunicazione bene allo stesso modo;
  • ti renderai conto che noi giornalisti che ci occupiamo di cultura abbiamo dimenticato che esiste altro oltre l’annuncio di un evento o all’uscita di un libro, siamo più abituati ormai a raccontare il virtuale e poco il reale, ci dimentichiamo che siamo cronisti anche quando facciamo i critici;
  • conoscerai molte più persone piccole che fanno cose enormi, che sanno leggere i bisogni e li risolvono senza tante ciance, senza polemiche, senza rinfacciarlo, al di là dei soldi pubblici. Toccherebbe a noi vederli e mostrarli agli altri. Il senso di quello che abbiamo scelto di fare;
  • e … l’oceano è l’oceano.

 

Per capire cosa abbiamo combinato in Brasile, qui i diari di viaggio pubblicati in queste settimane su Avvenire\Lazio7:

Puntata 1

Puntata 2

Puntata 3

Puntata 4 in uscita il 6 ottobre (non fate come i brasiliani, compratevi il giornale 😉 )

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